ALCUNI PASSI DEL LIBRO

 

 

A proposito di psicoanalisi ...
In tema di riflessione teorica, diremo che l’esistenza, teorizzata da Freud come dalla Klein e dalla Mahler, di stati “morbosi” nel bambino fisiologicamente connessi al suo percorso evolutivo, ed esitanti, di volta in volta, nel bambino “perverso polimorfo”, nel bambino “schizoparanoide”, nel bambino “depresso” come anche nel bambino “autistico”, non trova alcun riscontro agli effetti di studi sviluppati su base empirica. L’esistenza di tali stati morbosi funzional-evolutivi è quindi da ritenersi come puramente mitologica. Questa ingiustificata consuetudine teorica di postulare stati patologici funzionali nello sviluppo psicologico umano, la si deve senz’altro all’esempio dato da Sigmund Freud. In questo senso, la logica interpretativa di massima divenne quindi: “Se sei psicologicamente patologico in età adulta è perché non sei riuscito a superare le tue patologie evolutivo-funzionali in infanzia”. Peccato che tutto questo non trovi alcun riscontro, agli effetti dell’osservazione del comportamento infantile. E non mi si venga a dire che questi presunti stati morbosi del bambino hanno luogo in una dimensione di inconscietà del vissuto piccolo-infantile, e che sono quindi totalmente al di fuori della possibilità di essere descritti e riportati sul piano fenomenologico. Non si può fare scienza su ciò che non può essere descrittivamente colto. Mitologia per mitologia, mi piace di più pensare di essere influenzato, nel mio vissuto psicologico, da vite precedenti, come sostiene il dottor Nader Butto (Butto, 1998), piuttosto che credere al fatto che c’è stato un tempo in cui avrei voluto unirmi carnalmente a mia madre ed uccidere mio padre. D’altra parte, se qualcuno può dimostrare scientificamente che le cose realmente stanno come diceva Freud, piuttosto che come diceva la Klein o la Mahler, non ha che da farcelo sapere. La cultura di base che sostiene il modello standard ci rende aperti a tutti i dati di conoscenza che possano essere scientificamente sostenibili. Parafrasando il grande epistemologo Paul Karl Feyerabend, ciò che è elemento di superstizione oggi potrebbe anche diventare dato di scienza domani; ma questo elemento di superstizione lo deve, appunto, prima diventare un dato di scienza, per essere considerato tale.

 

A proposito di questioni epistemologiche ...
………  Come avremo modo di apprezzare nel prosieguo di quest’opera, in psicologia clinica esistono ancora delle disomogeneità epistemologiche che contribuiscono alla sua parcellizzazione teorico-tecnica. Al fine di affrontare con chiarezza di idee gli stucchevoli ed inutili accademisti sviluppati intorno a questo argomento, varrà la pena delineare il percorso di riflessione filosofica che dovrebbe sostenere la posizione da affermare, relativamente alla questione, con il modello standard. Per circa duemilacinquecento anni, a partire dalla filosofia greca, il pensiero occidentale è andato alla ricerca degli “immutabili”, ovvero di quelle risposte alle questioni fondamentali dell’esistenza che potessero essere fornite in via assoluta (incontrovertibile) e definitiva. Queste risposte avrebbero dovuto avere carattere “epistemico”, e quindi essere la cornice immutabile in grado di spiegare, di dare senso, alle manifestazioni divenienti dell’“essere” (nell’accezione di “totalità di ciò che esiste”), così come si presentano nella cangiante esperienza che noi abbiamo del “mondo” (ovvero di ciò che possiamo esperire). Da qui, le innumerevoli voci d’autore che si sono espresse intorno a questioni come “essere e divenire”, “essere e nulla”, “necessità logica di un momento della creazione, e quindi di un creatore”, “conoscenza assoluta o relativa del mondo” (che ci interessa particolarmente per il nostro discorso) e via dicendo. Ora, questo miraggio della ricerca di contenuti di conoscenza epistemici inizia inesorabilmente a svanire con l’opera del grande filosofo tedesco Immanuel Kant, allorquando la “metafisica” viene relegata fuori da qualsiasi possibilità di indagine razionale, ed il “conoscere” stesso viene subordinato all’esistenza di “categorie a priori” della mente (che danno forma alla nostra esperienza del mondo), impedendo per definizione qualsiasi possibilità di “conoscere” in senso assoluto. Il tentativo dell’Idealismo, con Hegel in prima fila, di riaffermare la conoscenza in senso assoluto, non sarebbe riuscito ad invertire il processo di distruzione degli immutabili inaugurato da Kant: il solo risultato generato sarebbe stata la veemente reazione di filosofi come Nietzsche e Schopenauer, che avrebbero dato una definitiva spinta al pensiero occidentale nella direzione dell’era del “nichilismo”. In tutto questo, la grande ascesa delle scienze naturali, nella seconda metà dell’ottocento, fece pensare ad un passaggio di testimone nella determinazione della “verità” sulle cose del mondo: attraverso il confronto della teoria con i dati di realtà, si pensava che la scienza potesse distinguere la “verità” dalla “non-verità” dei contenuti di pensiero. Nei primi decenni del novecento, la fede nella scienza come veicolo di accertamento della verità intorno ai fatti del mondo sfociò quindi in quella cultura neo-positivista che delimita, in base al criterio di “verificabilità” dei dati di pensiero, ciò su cui si può indagare razionalmente arrivando ad accertare una “verità”, da ciò che è pura astrazione: nasce quindi il “principio di verificazione”, la cui formulazione risale originariamente a Moritz Shlick. A questo punto, però, arriva una tesi critica, quella dello scienziato e filosofo austriaco Karl Popper, che fa perdere definitivamente alla scienza la sua connotazione di strumento attraverso il quale arrivare ad accertare la “verità” sulle cose del mondo: in buona sostanza, la tesi di Popper afferma che nessuna teoria è completamente verificabile, in quanto dovrebbe essere confrontata con gli infiniti casi cui essa si riferisce, cosa questa impossibile per definizione. Il principio di verificazione deve quindi essere rimpiazzato, secondo Karl Popper, dal “principio di falsificazione”, che vuole appunto che le condizioni che affermano la validità di una teoria possano essere tali da consentirne in qualsiasi momento la falsificazione attraverso il confronto con i dati dell’esperienza (confronto su base empirica). Con questo ulteriore passaggio, l’attività del “conoscere” si colloca definitivamente su di un piano di “non assolutezza”, rimandando il senso del “capire il mondo” da un significato di “ricerca della verità” ad un significato di “ricerca dell’utile”. Demolita la possibilità di capire in assoluto il mondo in cui si trova, all’uomo non rimane che cercare di costruire quello che il grande filosofo Emanuele Severino chiama “il paradiso della tecnica”, ovvero quella prospettiva di vita nella quale capire il mondo significa “migliorarlo”. Per “migliorare il mondo” si intende capire lo svolgersi delle cose, a tutti i livelli, nell’intento di piegare il più possibile il mondo al volere dell’essere umano, diminuendo la sofferenza ed aumentando la possibilità di ottenere benessere. Sulla base dei presupposti filosofi ci appena delineati, diverrà quindi chiaro il perché del rifiuto, da parte della cultura del modello standard, di qualsiasi sperequazione epistemologica in psicologia clinica: se l’allontanamento dalla prospettiva epistemologica popperiana non consente nessun vantaggio nella conoscenza dei fenomeni studiati, allora quell’allontanamento è da respingere a-priori, al di là di qualsiasi argomento teoretico addotto a favore. Le teorie epistemologiche successive a Popper, ad esempio quelle di Feyerabend, Kuhn, Goodman, Putnam ed altri, nonostante possiedano molti elementi di interesse e di fascino non hanno trovato nessuna applicazione vantaggiosa agli effetti dell’evoluzione del metodo scientifico. Sicché, lasciando qualsiasi considerazione nel merito specifico della teoria della conoscenza agli epistemologi di professione, tengo a sottolineare, invece, come il modello standard in psicologia clinica rifiuti qualsiasi allontanamento dalla fondamentale teoria metodologico-epistemologica popperiana, a meno che nuove concezioni che dovessero venire elaborate in futuro non dimostreranno di risultare più utili, di quanto lo siano quelle del grande filosofo austriaco, allo sviluppo scientifico-tecnologico della materia.



A proposito della natura non-lineare del sistema mente-cervello...
E’ interessante notare come il fenomeno della “contesto dipendenza”, descritto in ambito clinico, fornisca un illuminante esempio di quanto le configurazioni di risposta del sistema mente-cervello siano influenzate dalla presenza di automatismi su base mnestica, che emergono spontaneamente di fronte a determinate “gestalt stimolo”, o in analogia con esse. In questo senso, dobbiamo aggiungere che il sistema mente-cervello non fornisce però risposte identiche tra loro a stimoli altrettanto identici. Vi è invece una modalità di funzionamento ispirata all’“analogia”, per la quale si dà l’espressione di risposte simili tra loro rispetto a “gestalt stimolo” analoghe. Come abbiamo più volte evidenziato nel corso di quest’opera, l’emergere di schemi di risposta comportamentale che si legano a determinate situazioni stimolo è perfettamente in linea con la concezione del sistema mente-cervello, in quanto sistema non lineare. Ed in questo senso, la situazione della contesto-dipendenza ci offre la possibilità di sottolineare che il concetto di “attrattore” diventa nei sistemi non lineari “attrattore strano”, proprio perché presuppone un’elevatissima sensibilità alle condizioni iniziali (in psicologia: condizioni di partenza rispetto alla contingenza percettiva affrontata) del sistema, che fa sì che più che aversi output identici nello svolgersi della vita di sistema, si hanno output simili in corrispondenza di situazioni identiche o simili, potendosi tuttavia avere anche l’emissione di risposte altamente improbabili, in situazioni consuete, per semplice effetto di imprevedibilità intimamente legato alla natura ed al funzionamento dei sistemi non lineari. Lasciando sulla questione la parola al celebre fisico Steven Strogatz: “Che aspetto ha il caos? La traiettoria vaga per sempre nello spazio degli stati. Non può mai chiudersi su se stessa o intersecarsi, perché il caos non si ripete mai” (Strogatz, 2003). Con ciò si intende dire che, se qualcuno ancora pensa che conoscere i fenomeni naturali consista nel cogliere la medesimezza che si ripete nel tempo, ebbene possiamo dire che questo qualcuno si sbaglia. In particolare, gli stati attrattore di sistema sono delle superfici costituite da infiniti piani che fanno sì che il sistema possa riproporre certe sue modalità di funzionamento, dipendentemente dalle condizioni al contorno, senza per questo ripetere mai esattamente se stesso nel tempo. Come dice Strogaz, il sistema individuato da un “punto”, nel suo svolgersi all’interno dello spazio N-dimensionale delle fasi, non traccia mai una traiettoria che interseca se stessa, pur muovendosi apparentemente su di una superficie piana (una superficie che è invece infinitamente stratificata). Vale piuttosto quindi il principio di “analogia” nell’autorganizzazione dei sistemi caotici, invece che quello di “medesimezza”. I sistemi non lineari riproducono le loro modalità di funzionamento secondo forme analoghe ma mai identiche. In quanto abbiamo appena considerato, troviamo quindi il nucleo concettuale del concetto di “schema” adottato, come abbiamo visto, tanto in psicologia sperimentale quanto in psicologia clinica; e vi troviamo anche l’intima essenza della infinita generatività della mente e dell’infinita mutevolezza della nostra esperienza di esseri umani.

A proposito del fenomeno mentale della “intuizione” ...
... il processamento sistemico dei dati di esperienza in stato di calma fa uscire il pensiero dalle condizioni rimuginative che contraddistinguono fasi emotive rabbiose, ansiose ed aversive in genere, consentendo lo svilupparsi di “momenti di intuizione”. Nella sua accezione comune il termine “intuizione” si riferisce, appunto, alla disposizione a cogliere in maniera immediata e chiara, non per via di ragionamento, una verità, una soluzione ad un problema, e via dicendo. Provando a inquadrare il fenomeno “intuizione” in termini teorici scientificamente sostenibili, potremmo dire che in condizione di “quiete emotiva” viene a realizzarsi il processamento, da parte delle funzioni strumentali di elaborazione cognitiva, della massima quantità di informazioni sistemiche disponibili, tra l’altro secondo modalità che ammettono la loro più ampia ricombinazione: in queste condizioni, si ottiene quella che spesso viene definita una “soluzione creativa”. Uscendo da qualsiasi connotazione “mitica” del processo intuitivo, non dobbiamo comunque pensare che esso sia infallibile o che sia la fonte di ogni nostra fortuna personale. Di certo, in molte situazioni il far tacere il “chiacchiericcio” della mente promuovendo il ripristino di uno stato di sostanziale quiete emotiva, consente un rendimento a livello cognitivo che ogni stato di emotività fasica, anche quello a contenuto edonico piacevole come ad esempio l’euforia, difficilmente potrà permettere. A partire dall’evocazione di stati di calma, si sviluppa quindi, in altre parole, quello che in certe ricerche di psicologia inerenti la qualità delle performance personali (sportive, intellettive, ecc.) viene definito uno “stato di flusso”, ovvero il più pieno dispiegamento cognitivo-comportamentale delle nostre potenzialità personali (Goleman, 1996).

A proposito del cervello in relazione al vissuto di “paura” ...
Gli studi condotti in ambito neuroscientifico tendono a far emergere come il terminale elaborativo delle vie talamo-limbiche sia, di fatto, una porzione dell’encefalo a forma di mandorla chiamata “amigdala”. Questa struttura, posta in profondità nel lobo temporale, è stata individuata come fondamentale soprattutto in relazione alla risposta di paura, ma non solo. Rimanendo alla determinazione della risposta di paura, in termini neurofisiologici avviene che gli stimoli sensoriali (in particolare quelli visivi, uditivi e somatosensoriali) raggiungono il cervello, sia attraverso una “via alta”, che coinvolge il processamento corticale, sia attraverso una “via bassa”, una via che dal talamo giunge direttamente al sistema limbico, ed in particolare all’amigdala laterale. La via bassa consente una valutazione più veloce dell’input sensoriale ma allo stesso tempo più rozza, nel senso che coglie aspetti essenziali della scena, in funzione di una risposta rapida dell’organismo a contingenze potenzialmente pericolose di esperienza. Il successivo afferire di informazioni, provenienti dalla via alta verso l’amigdala, svolge quindi la funzione di confermare l’individuato pericolo oppure di cortocircuitare la risposta d’allarme. Comunque, quando il nucleo laterale dell’amigdala viene attivato dall’input sensoriale, in caso di confermato pericolo, scarica degli impulsi nervosi verso l’amigdala centrale, la quale dà inizio alla sequenza elaborativa di sistema che conduce a comportamenti difensivi ed alle correlate variazioni somatiche (cardiocircolatorie, endocrine ecc..). Gli studi condotti sull’argomento mettono anche in evidenza che il coinvolgimento del nucleo centrale dell’amigdala risulta indispensabile, sia per la formazione di risposte “condizionate” (in senso pavloviano) alla reazione di paura, sia per la facilitazione della risposta motoria tramite l’attivazione dell’area tegmentale ventrale a mediazione dopaminergica. Il ruolo dell’amigdala basale, invece, attraverso le connessioni che essa possiede con il nucleo accumbens, è risultato essere funzionale esclusivamente alla fase di “reazione” alla paura (risposte comportamentali overt). La risposta comportamentale (elicitazione di uno stato motivazionale) agli eventi paurogeni ha quindi luogo nel momento in cui la stima del contesto di esperienza risulti tale da permettere di realizzare la sommazione degli input provenienti dall’amigdala basale e dall’area tegmentale ventrale (facilitazione dopaminergica) sul nucleo accumbens, il quale, a sua volta, connettendosi al nucleo pallido ventrale (nuclei della base) predispone al massimo livello il sistema per l’emissione di risposte motorie. Su questi ultimi passaggi, coinvolgenti in sinergia il nucleo centrale e basale dell’amigdala oltreché l’area tegmentale ventrale, torneremo successivamente in quest’opera parlando dell’argomento “motivazione” (LeDoux, 1998; 2002).

A proposito del futuro delle scienze della mente ...
Rispetto ai contenuti di cui al punto 334, diremo che l’argomento “prerogative dello psicologo” ci fornisce l’occasione per prospettare una rivoluzione professionale nel campo delle scienze della mente, che va anche oltre la proposta che si vuol sostenere con il modello standard. Come molti sapranno, la figura dello psicologo e quella dello psichiatra sono da sempre distinte: è lo stesso iter formativo ad essere distinto. Tuttavia, io credo che questo ulteriore momento di parcellizzazione professionale, in merito alla materia del funzionamento della mente e dell’intervento terapeutico su di essa, sia del tutto inutile, se non anche limitante. Lo psicologo non è preparato per prescrivere farmaci, e, di fatto, non può prescriverne; mentre lo psichiatra ha una preparazione sugli argomenti di psicologia perlopiù molto approssimativa, che comporta un inquietante vuoto di competenze nel valutare ed approcciare la vita psicologica del paziente. Tutto questo implica, di frequente, l’esigenza di complicate sinergie professionali (quelle tra psicologo e psichiatra) in alternativa all’effettuazione di percorsi formativi lunghissimi (laurea in medicina per lo psicologo, e formazione psicoterapeutica per lo psichiatra), il più delle volte difficilmente praticabili per molti motivi (motivi di spesa e di tempo, innanzitutto). Sulla base di questi presupposti, vi è quindi da chiedersi: non sarebbe il caso di creare una facoltà distinta di “scienze della mente” che permetta di riunire le competenze dello psicologo e dello psichiatra in un’unica grande figura professionale? Io credo che questa prospettiva di razionalizzazione delle competenze sia veramente indispensabile, in quanto aiuterebbe senz’altro a garantire i diritti degli utenti dei servizi di salute mentale, rendendo al contempo più meditato e più creativo l’approccio del professionista. Sicuramente, vi sono molti interessi “particolari” ai quali dover rinunciare e diversi problemi di ordine teorico-tecnico da risolvere per approdare ad una soluzione di questo tipo. Comunque, volendo seguire questa direzione, come spero un giorno possa avvenire, credo che il primo passo debba consistere imprescindibilmente nella creazione di un modello standard sulla vita ed il funzionamento del sistema mente-cervello.

A proposito della funzione riflessiva e del lobo frontale ...
Parlare di corteccia prefrontale significa, da un punto di vista biologico-evoluzionistico, parlare dell’essenza stessa della condizione esistenziale umana. Noi non siamo, in verità, molto diversi dalla maggior parte degli animali del nostro pianeta: siamo “territoriali” come molti altri animali, ed abbiamo la spinta fondamentale a sopravvivere e a riprodurci come tutti gli altri animali. Come tutte le forme di vita di questo pianeta, eccetto alcuni virus, ci sviluppiamo sulla base di un progetto genetico “scritto” con gli stessi quattro nucleotidi che stanno a fondamento del DNA batterico, ed il nostro organismo sintetizza proteine a partire dal DNA che possiede, così come fa una qualsiasi forma di vita unicellulare. Neanche la coscienza, ovvero la capacità fondamentale di rappresentare il mondo ponendoci a soggetto innanzi ad esso, è verosimilmente una nostra prerogativa: diversi animali a noi vicini, infatti, hanno tutte le caratteristiche comportamentali che autorizzano a ritenerli come forme di vita “coscienti”. Il cuore della nostra umanità, nel bene e nel male, sembra invece risiedere proprio nell’eccezionale sviluppo della nostra corteccia prefrontale. L’enorme complessità della dimensione esistenziale umana, con tutta la sua tragica consapevolezza della vita, dell’universo, dell’essere, dipende dal prodigioso “scherzo della natura” in cui consiste l’abnorme sviluppo della porzione prefrontale del nostro cervello, la “stanza dei bottoni” della mente, come l’abbiamo precedentemente definita in quest’opera. Con le parole degli scienziati Robert Knight e Donatella Scabini: “La complessità del comportamento umano va di pari passo con l’esteso sviluppo della corteccia prefrontale che include sino al 35 per cento della neocorteccia nell’uomo. Ampie connessioni reciproche alle regioni corticali e subcorticali pongono la corteccia prefrontale dorsolaterale in una posizione unica per il controllo ed il monitoraggio di molti processi cognitivi. (…) Quando si verifica (corsivo mio) la compromissione prefrontale (…) divengono invariabilmente evidenti pronunciate anormalità. Predominano i deficit di attenzione, pianificazione, selezione della risposta, codifica temporale, metamemoria, giudizio ed intuizione. Nel danno prefrontale dorsolaterale bilaterale avanzato diviene clinicamente evidente la perseverazione, che si manifesta a livello comportamentale con il rimanere fissati nel presente e nell’essere incapaci di spostarsi avanti o indietro nel tempo” (in: Mado Proverbio. Zani, 2000). La corteccia prefrontale, in altre parole, sottende e coordina tutte le nostre proprietà mentali di ordine “superiore”, letteralmente rendendoci mentalmente “tridimensionali”, ovvero facendoci vivere coscientemente in una prospettiva che include passato, presente e futuro. Con la corteccia prefrontale emerge quindi dal nostro repertorio esperienziale la proprietà della “riflessività” e della “autoriflessività”: in questo modo, l’uomo diventa irrimediabilmente diverso dalle altre forme di vita del pianeta, anche se rimane con loro strettamente imparentato.

A proposito della motivazione all’attaccamento ...
La questione relativa a quanto il vissuto di attaccamento influisca nel determinare l’organizzazione psicologica individuale trova un interessante sviluppo in delle ricerche condotte su primati non umani. In particolare, alcuni studiosi hanno individuato in una popolazione di macachi dei portatori di caratteristiche genetiche che predispongono allo sviluppo di deficit nella produzione di serotonina cerebrale. Sulla base di questa scoperta, il gruppo di ricerca ha quindi predisposto un setting sperimentale riassumibile in questi termini: i cuccioli di macaco portatori della tara genetica sono stati posti, al termine dello svezzamento, in due diverse condizioni di contatto sociale, ovvero ad un gruppo è stato permesso di avere regolari contatti con la madre, mentre all’altro sono stati concessi contatti sociali solo con i coetanei. La stessa situazione sperimentale è stata predisposta per cuccioli senza la suddetta caratteristica genetica sfavorevole. I risultati ottenuti sono così riassunti da Giovanni Liotti: “Al termine del periodo di sei mesi, la concentrazione di metaboliti della serotonina nel liquor cefalorachidiano (liquido in cui si trova sospeso l’intero sistema nervoso centrale.. NDA) era molto bassa nei macachi con gene sfavorevole al ricambio della serotonina che erano stati posti a contatto solo con i pari, mentre era elevato nei piccoli pure allevati solo nel contatto con i coetanei, ma con corredo genetico favorevole alla funzione serotoninergica. Sorprendentemente non c’era invece alcuna differenza nelle concentrazioni di prodotti del ricambio della serotonina fra macachi con gene favorevole e con gene sfavorevole a tale ricambio, quando queste scimmie si erano sviluppate nella piena e protratta disponibilità delle cure materne” (Liotti, 2001). Lo scienziato continua, dicendo poi che questi risultati depongono clamorosamente a favore dell’interazione geni-ambiente nella modulazione della sintesi dei neurotrasmettitori. Io ho invece deciso di citare questo studio sperimentale a dimostrazione di come le esperienze di attaccamento possano avere anche un peso diverso nell’organizzazione della vita psicologica, dipendentemente dal profilo genetico soggettivo. Tornando ai risultati della ricerca, infatti, ci accorgiamo di come i macachi con profilo genetico favorevole si sviluppino adeguatamente anche solo stabilendo contatti con i coetanei, condizione questa che risulta invece insufficiente per gli animali con profilo genetico sfavorevole. Uscendo dalle ipersemplificazioni dei puri modelli teorici, la ricerca ci dimostra sistematicamente come la realtà di espressione e di funzionamento dei fenomeni della natura, e dei fenomeni della “vita” in particolare, sia sempre più complessa di quello che ci piacerebbe credere. Posto, infatti, come dimostrano le ricerche, che l’assoluta deprivazione di contatti sociali produce “universalmente” dei visibili effetti disamornici sullo sviluppo psicologico, è altrettanto doveroso rilevare come l’espressione del vissuto di attaccamento possa avere una ricaduta diversa, nel modellamento della funzionalità nervosa, dipendentemente dalla base temperamentale individuale, ovvero dipendentemente dai vincoli posti al sistema mente-cervello dal suo assetto genetico. Accettando la sfida della complessità posta dal nostro oggetto di studio, la ricerca futura dovrà senz’altro approfondire questi argomenti, mettendoci sempre più nella condizione di inquadrare con chiarezza le sfumature legate alla dimensione della “individualità”, sia riguardo all’attaccamento, sia in relazione a qualsiasi altro argomento teorico.

Sempre a proposito di non-linearità ...
In base al presupposto fondamentale di non-linearità del sistema mente-cervello ed in considerazione della sua connotazione di “sistema aperto”, l’obiettivo di massima della psicologia clinica non è quello di individuare un’ipotetica lagrangiana, in funzione di un’improbabile predittività “infallibile” sulla vita psicologica. L’obiettivo è, invece, quello dell’individuazione di solide coordinate concettuali e tecniche che permettano una lettura verosimile del caso clinico, promuovendo utili trasformazioni del vissuto psicologico. Sottolineare l’importanza di ricavare delle “coordinate concettuali”, che orientino il lavoro clinico dal punto di vista teorico-tecnico, significa specificare come nessuno abbia l’ingenua pretesa di pensare che, a partire da leggi scientifiche sistematicamente ordinate, si possa arrivare a ridurre il lavoro del sistema mente-cervello ad un insieme di azioni/reazioni assolutamente prevedibili, alla stessa stregua di una semplice reazione chimica. Le coordinate concettuali servono invece per raccogliere nella maniera più flessibile, ma anche più ordinata che sia possibile, quell’individualità del paziente, che nessuno psicologo può sognarsi di far passare in secondo piano nello svolgersi del suo lavoro clinico. Procedere con rigore teorico non significa quindi arrendersi al grigiore della razionalità, sacrificando la conoscenza della continua meraviglia del mondo; ma significa invece scoprire l’ordine che emerge dalla continua generatività del reale, trovando senso a ciò che potrebbe apparentemente sembrare del tutto caotico o misterioso.

A proposito di medicina e psicologia ...
….. (…) gli studi di area psicosomatica condotti in questi ultimi anni hanno permesso di evidenziare sempre più lo stretto legame esistente tra la vita psicologica e le vicissitudini di funzionamento del nostro organismo. Partendo da presupposti di concezione e di metodo mutuati dalla medicina, la “psicologia della salute” ha saputo condurre la ricerca su quest’area di studio verso una dimensione di complessità che è la stessa che caratterizza gli approcci più evoluti della psicologia contemporanea in genere. Quindi, quella che era..“la pretesa di stabilire un valore assoluto degli stressor nella determinazione della salute psicofisica” è diventata..“studio dell’interazione tra eventi di vita e stili individuali di rappresentazione e di reazione”; e ciò che era...“la volontà di stabilire un’influenza secondo una modalità tutto-o-nulla della vita psicologica sulla salute fisica”, è diventata..“piena consapevolezza della causalità multifattoriale degli eventi di malattia”. In questo senso, calandosi con i metodi della scienza nello studio del rapporto tra corpo e mente, la psicologia ha preso le distanze, sia dal meccanicismo della “vecchia” scienza, sia dalle astrattezze monotematiche degli approcci speculativi che esigevano di far ruotare intere costellazioni fenomenologiche intorno ad unico e monolitico agente causale. Seguendo questa direzione, la psicologia si sta ponendo come battistrada teorico per la stessa medicina, dal momento che anche negli ambienti medici si va formando la consapevolezza che per migliorare l’azione terapeutica occorre leggere in maniera più efficace nell’individualità del paziente. Da qui, la nascita di quell’approccio “olistico” in medicina che tenta di sviluppare e diffondere una visione non più parcellizzante del funzionamento dell’organismo, spostando l’enfasi teorica dalla “linearità” di concezione di stampo ottocentesco, alla “complessità” di concezione evidenziata dagli studi sui sistemi non lineari. Nonostante la medicina sia maggiormente allineata, complessivamente, alla cultura della scienza di quanto lo sia la psicologia, la psicologia va formandosi definitivamente come scienza accogliendo pienamente gli influssi di quel “paradigma della complessità”, che rappresenta un modello di scienza più evoluto di quello “galileiano” preso a riferimento dalla nascente medicina moderna di fine ottocento. Come direbbe l’epistemologo Paul Carl Feyerabend, i processi culturali e sociologici che determinano l’evoluzione di una scienza sono molto più “magmatici” di quanto possa prevedere ogni forma di linearità dialettica (come nel caso della concezione Kuhniana). Quello che poteva sembrare un angosciante ritardo culturale della psicologia nei confronti della medicina, potrebbe infatti trasformarsi in un tema di sorpasso, a patto che la psicologia si allinei definitivamente, a questo punto, in una concezione unificata dei suoi argomenti di studio.